Un robot si aggira per l’Europa. E deciderà del tuo futuro

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“Grazie, le faremo sapere” è una frase che alla fine dei colloqui di lavoro non fa mai piacere.

Tra qualche tempo potremmo sentirla con tono metallico e monocorde, perché a pronunciarla sarà un robot.

Al di là degli scenari distopici che questo apre, però, ci sono delle importanti riflessioni da fare, la prima e più importante è: quanto si è evoluto uno strumento come il chatbot per affidargli la gestione delle candidature per i posti di lavoro.

Lo scenario è francamente affascinante, secondo un articolo uscito di recente, i profili junior e, mi si consenta, con il minor valore aggiunto in assoluto, li selezionerà un robot.

Un chatbot, come dicevamo. Forse ne avete incontrati anche voi, navigando nelle pagine di grandi compagnie. Sembrano dei risponditori automatici, ma non lo sono. Sono delle vere e proprie intelligenze artificiali, in grado di imparare dai propri errori. A differenza di alcuni cacciatori di teste, si potrebbe aggiungere. E stanno diventando così bravi che potranno affiancare gli umani.

Il tema qui è vagliare le centinaia, se non migliaia, di curricula che arrivano in occasione di campagne straordinarie, che hanno bisogno di personale a basso valore aggiunto. Pagare una risorsa perché selezioni i migliori fattorini è uno spreco. Pagare un robot che faccia lo stesso in una frazione del tempo e poi lasci l’ultima parola all’headhunter, molto di meno.

La cosa più interessante però è come ci siamo arrivati. E dove possiamo andare da qui. Il meccanismo adottato è il machine learning, ovvero l’equivalente dei primi anni di vita di un umano: si prova, si fallisce, si apprende, ci si riprova e, almeno fino ad una certa età, si smette di fare sempre gli stessi errori. Poi si cresce e si smette questa infantile abitudine, continuando orgogliosamente a fare gli stessi sbagli, ma chiamando l’intero processo “innamoramento”.

Adesso i robot sono ancora immuni alle cotte adolescenziali, quindi sono efficienti, precisi e veloci. Però devono essere istruiti. Ma durerà poco, già ora Google sta testando i primi bot che imparano osservando, come i bambini che sentono il padre dire le parolacce e le ripetono, senza bisogno che gli si insegni nulla. Attendiamo fiduciosi che costruiscano il robot madre che li redarguisca al primo moccolo.

 Il futuro è interessante, ed in effetti è già qui: nella vostra pagina Facebook, invece del social media manager che ha normalmente le capacità di interazione di un troll di caverna, ora potete avere un chatbot, che riesce a capire cosa vuole il cliente e dà le risposte giuste. Giuste perché le decidete voi. E potete farlo crescere, imparare ed affinare.

Se volete saperne di più fatecelo sapere. Vi risponderà, a breve, lo stiamo istruendo proprio in queste ore, il nostro chatbot. Siate buoni con lui, imparare è difficile anche per i robot. E se dovesse dire qualche parolaccia, non fateci caso, è il social media manager che dà il cattivo esempio.

N.B. Nessun robot è stato maltrattato per scrivere questo articolo. Solo qualche social media manager. Ma loro se lo meritano, e lo sappiamo tutti.